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Approvato il DDL sulla Cooperazione ”Disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo”

03/08/2014

La commissione Affari esteri del Senato, riunita venerdì 1 agosto, ha approvato in via definitiva il Disegno di legge di riforma della Cooperazione italiana allo sviluppo, già approvato dalla Camera dei deputati lo scorso 17 luglio.

Dopo 27 anni dall’approvazione della legge 49 del 1987 sulla Cooperazione allo sviluppo, il Ddl riforma l'assetto istituzionale della cooperazione ed adegua la normativa italiana ai nuovi principi ed orientamenti emersi nell'ambito della comunità internazionale sulle problematiche dell’aiuto allo sviluppo negli ultimi venti anni.

Si riporta di seguito l'intervista della Stampa a Lapo Pistelli, Vice Ministro degli Affari Esteri, pubblicata il 2 agosto: 

"Dopo quasi trent’anni e molti tentativi falliti, ieri è stata approvata definitivamente la riforma della cooperazione allo sviluppo. Molte le novità, da quelle simboliche - come la trasformazione del MAE in «Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale» - a quelle di sostanza, come la nascita di un’Agenzia che erogherà gli aiuti utilizzando Cassa depositi e prestiti come banca per lo sviluppo. O una nuova integrazione tra mondo «profit» e cooperazione. «La legge precedente, la 49 del 1987, era buona - spiega il viceministro Lapo Pistelli, soddisfattissimo per la rapida e “pacifica” approvazione della riforma - ma nel mondo del 1987 c’era il Muro; la Cina era un paese sottosviluppato, si facevano ancora piccoli interventi “a dono”, e per parlare di questi temi si dovevano fare gli scioperi della fame».


E oggi, Pistelli?  


«Oggi tutto è cambiato: i vecchi paesi sottosviluppati sono diventati paesi donatori, le Ong si sono molto professionalizzate, è nata una cooperazione decentrata che coinvolge Regioni e Comuni e le aziende nella dimensione sia profit che e no profit. Sono cambiati gli attori, ma anche gli strumenti. Non potevamo restare ancora indietro. Per tre volte in sei legislature si è cercato di riformare la 49, ma ci si è sempre fermati quasi al punto di partenza».
Ci racconti le novità contenute nella legge.  
«La prima è che d’ora in poi ci sarà un viceministro alla Cooperazione Internazionale designato a sedere in Consiglio dei ministri ogni qualvolta si debba discutere un aspetto che riguarda direttamente o indirettamente la coerenza delle politiche. È quel che chiede l’Europa: non può esistere una politica commerciale che nega la politica di cooperazione. La seconda è la nascita di un “piccolo Consiglio dei ministri”, il Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo che svolge la pianificazione triennale in termini di risorse e strategie. E poi c’è il varo dell’Agenzia, uno strumento di implementazione come c’è nei paesi donatori più importanti, che potrà dotarsi di una “banca per lo sviluppo” avviando entro sei mesi una convenzione con Cassa Depositi e Prestiti, che diventerà una facility per lo sviluppo, e aiutare il sistema della cooperazione ad andare sui mercati internazionali e coadiuvare con risorse proprie, cosa non solo moltiplicherà le risorse della cooperazione, ma ci aiuterà a spendere bene quel che investiamo in sede di cooperazione multilaterale».
 
Ha fatto discutere lo sbarco del mondo profit nello sviluppo. Sono state espresse anche delle preoccupazioni.  
 
«Come sapete stiamo avviando il percorso per definire entro il 2015 la nuova Agenda per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, che mira a sradicare completamente la povertà economica ambientale e sociale dal pianeta entro il 2030. Lì emerge con chiarezza che nemmeno lo 0,7% del Pil di ogni paese ricco basterebbe a garantire le risorse che servono per realizzare questo obiettivo. Per questo bisogna coinvolgere il privato. Esiste già un privato no profit che attraverso le grandi fondazioni filantropiche muove una massa di risorse notevolissima; ma bisogna coinvolgere anche il privato profit, sempre con finalità e principi di cooperazione. Che è altra cosa dalla commercializzazione e dall’attività d’impresa. Ovviamente, quando il profit opera nella cooperazione, segue i principi e le regole della cooperazione».
Ma perché le aziende che cercano profitti dovrebbero impegnarsi in questo campo dove non si guadagna, ma si spende?
«Sono tante le aziende interessate. Primo, perché quando si aiuta un paese a tirarsi in piedi poi restano dei legami, che successivamente diventano di partnership. La Germania lo sa benissimo, e ha realizzato grandi operazioni di sistema in Africa: all’inizio sono investimenti “a perdere”, ma che intanto creano fiducia e partnership e collaborazione. Secondo, perché ce lo chiedono i paesi che beneficiano degli aiuti, che sanno che tradizionale politica degli aiuti pubblici non è sufficiente. Terzo, i grandi gruppi multinazionali ormai sanno benissimo che i consumatori apprezzano le aziende che sviluppano iniziative virtuose, come per esempio l’uso di materie prime sostenibili o l’adozione di standard di produzione e di diritti dei lavoratori adeguati. Chi non lo fa paga un prezzo pesante. il contrario, poi lo paga».
Viceministro, tutti sappiamo che la cooperazione internazionale è un fattore importante di politica estera. Ma per essere credibili bisogna rispettare gli impegni presi a livello internazionale, e l’Italia non l’ha fatto.  
«Abbiamo registrato un vero tracollo tra il 2009 e il 2012, con il budget tagliato quasi dell’80 per cento, e siamo precipitati al penultimo posto in Europa. Negli ultimi due anni abbiamo invertito la tendenza, ma anche aumentando le risorse del 10% l’anno restiamo molto indietro. L’Italia destina oggi agli aiuti multilaterali, bilaterali, ai doni e così via in tutto tre miliardi di euro. La Gran Bretagna è a quota 18 miliardi, la Germania a 8,5. Non c’è bisogno di commenti. Ma intanto abbiamo fatto girare il vento, e nell’ultimo anno e mezzo è anche cambiata la legittimazione internazionale: si guarda oggi all’Italia come un paese che sta tornando in carreggiata. Con più risorse, ma anche con tante iniziative: la riforma, i tavoli interistituzionali, la banca dati Openaid, il bando online per i progetti».
A settembre, nella legge di stabilità, se la sente di promettere che le risorse per la cooperazione aumenteranno ancora?
«Me la sento sì. E annuncio che attraverso un dialogo in corso col ministro dell’Economia e il presidente del Consiglio stiamo cercando di farla finita con la logica delle “tabelle” e degli emendamenti, per darci un piano decennale di rientro. Un piano che ovviamente dev’essere realistico: il target dello 0,7% del Pil non è ora alla portata. Ma spero di poter arrivare allo 0,30 nel 2017, e soprattutto allo 0,50% del Pil nel 2023. Che vorrebbe dire metterci qualche miliardo in più l’anno».
E sapremmo spendere in modo giusto quei soldi in più?
«Guardi, se avessimo quelle risorse oggi non sapremmo come gestirle: dobbiamo adeguare la nostra capacità e rendere più efficiente la macchina. Come stiamo facendo, cambiando tutto quello che si può cambiare. Una dopo l’altra, stiamo implementando tutte le raccomandazioni che l’Ocse ha formulato sei mesi or sono per l’Italia. Con la nuova legge ora abbiamo 180 giorni per far partire il nuovo sistema e fare come si deve la battaglia sulle risorse. Con uno spirito del tutto diverso: l’Italia non è solo un paese che opera nei grandi fondi o nei progetti multilaterali. Oggi interveniamo con la cooperazione anche nelle aree di crisi. Penso alla Siria, paese dove siamo il terzo donatore europeo e l’ottavo mondiale. Penso al lavoro che stiamo facendo per legare migrazione e sviluppo. In questo nuovo scenario l’approvazione della riforma è un passaggio fondamentale».


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