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Se la cooperazione funziona

21/03/2012


Finalmente si torna a parlare di cooperazione internazionale come di un ambito strategico, al punto che nel governo Monti coinvolge ben due ministeri: accanto alla Direzione Generale per la Cooperazione del Ministero degli Esteri, infatti, c'è ora anche un Ministero per la Cooperazione Internazionale. È una scelta politica importante, specie alla fine di un quindicennio in cui le risorse dedicate alla cooperazione sono andate sempre più assottigliandosi.

Oggi i fondi che stanziamo per la cooperazione internazionale sono esclusivamente quelli che l' Ue ci obbliga a prevedere. Per dare un' idea, il totale delle rimesse che gli immigrati mandano dall' Italia nei loro Paesi d' origine equivale a più del doppio di quel che il nostro Paese mette a bilancio per gli aiuti a quelle nazioni, e siamo passati dal 6° al 12° posto nella classifica dei contributori alle agenzie di sviluppo delle Nazioni Unite: da quando è iniziata la crisi noi abbiamo ridotto gli stanziamenti per lo sviluppo più di quanto hanno fatto Grecia, Islanda, Irlanda e Portogallo. Giusto, dirà qualcuno: se non ci sono soldi, quei pochi che ci sono si tengono "noi". Ma siamo sicuri? Siamo sicuri che ci sia un noi e un loro? Se così fosse, perché dovremmo chiamarla cooperazione e non beneficenza? La beneficenza si fa quando si ha un margine di reddito innecessario, la cooperazione è una relazione biunivoca. Siamo su un terreno impervio e dobbiamo cercare di non inciampare nei luoghi comuni. Ma vale la pena di provarci. Innanzitutto chiediamoci: a cosa serve la cooperazione? A favorire lo sviluppo. Questo è un punto chiave. Un mondo inegualmente sviluppato è un mondo instabile, che fa fatica sempre e dappertutto: se un auto ha una ruota di dimensioni adeguate e le altre tre sono quelle di una bicicletta, non va avanti, resterà bloccata anche la ruota "buona". È un ragionamento semplice, che risulta più evidente se lo applichiamo innanzitutto alla nostra comunità, e poi alla nostra nazione. I sistemi a due velocità non funzionano mai bene: lo sanno le grandi megalopoli dove le disparità tra ricchi e poveri sono più evidenti, lo sanno le nazioni, come la nostra, dove c' è un sud e un nord che sembrano completamente scollegati in termini economici e sociali. Quando si parla di equilibri, di ricerca dell' equità sociale, è di questo che si sta parlando: della necessità di lavorare a livello locale, nazionale e planetario per un mondo in cui ci siano pari opportunità, perché è solo così che si eliminano conflitti, ingiustizie e dolore. Non è una cosa che si fa "per qualcun altro". È una cosa che si fa per tutti, ad iniziare da noi stessi. (...) Se qualcosa ci ha insegnato l'ultimo cinquantennio di progressiva globalizzazione è che non esiste nulla che fa bene o male solo a qualcuno. Ma soprattutto che non c'è modo di fare il proprio interesse se non facendo contestualmente anche quello altrui.
Articolo di CARLO PETRINI, da "La Repubblica" del 21 marzo 2012


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