Martedì 19 Novembre 2019                     

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Summit ONU sul clima: ecco perché il vertice del 23 settembre a New York è importante

La riunione tra capi di Stato servirà ad assumere impegni concreti per attuare gli Accordi di Parigi: l'invito per tutti è quello di arrivare con un piano preciso, e non solamente con un bel discorso

Per molti siamo entrati nel vivo della settimana più importante per il clima da tre anni a questa parte: il 23 settembre, i leader politici mondiali si riuniscono a New York per il Climate Action Summit, fortemente voluto dal Segretario generale dell'ONU, António Guterres, perché molti Paesi,  Stati Uniti in testa, sono ben lontani dall'onorare gli impegni di riduzione delle emissioni inquinanti presi con gli Accordi di Parigi.

Nelle intenzioni di Guterres, il vertice, che sarà accompagnato da due importanti iniziative mondiali per il clima, dovrebbe rispondere a una domanda cruciale: è possibile salvare la Terra dall'autodistruzione, anche se le principali potenze inquinanti non vogliono fare la loro parte?

DA DOVE SI PARTE. Gli Accordi di Parigi approvati nel dicembre 2015 impegnano 195 Paesi a mantenere l'aumento medio della temperatura mondiale al di sotto di 2 °C, e a fare il possibile per limitare l'aumento a 1,5 °C - uno scarto di mezzo grado che per molte zone costiere e comunità insulari equivale alla differenza tra sopravvivere e arrendersi all'avanzata dei mari.

ANCORA DENTRO. L'annuncio dell'uscita degli Stati Uniti dagli Accordi potrebbe aver tratto molti in inganno. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, gli USA non si sono ancora, di fatto, sfilati. I negoziatori della COP21 hanno stabilito che ogni Paese firmatario è legalmente obbligato a rimanere negli accordi per i quattro anni successivi alla loro entrata in vigore, in questo caso il 4 novembre 2016. Pertanto gli Stati Uniti sono vincolati fino al 4 novembre 2020, il giorno successivo alle prossime presidenziali USA. Se alla Casa Bianca dovesse salire un candidato diverso da Trump (con idee diverse dalle sue), il suo primo atto politico potrebbe essere quello di scegliere di rimanere negli Accordi sul clima.

Sei lezioni che abbiamo imparato sulla COP21 

CALDA ACCOGLIENZA. Il presidente degli Stati Uniti non farà gli onori di casa al Palazzo di Vetro di New York, la sede delle Nazioni Unite. In sua rappresentanza manderà il presidente dell'EPA, Andrew Wheeler, sostenitore dei combustibili fossili e impegnato, negli ultimi tempi, nello smantellamento sistematico di ogni provvedimento a tutela dell'ambiente voluto dal presidente Obama. A gennaio 2019 Wheeler ha annunciato davanti al Congresso che non definirà i cambiamenti climatici "la più grande crisi che l'umanità si trovi ad affrontare". Perciò non è chiaro quale ruolo potrà avere al vertice di New York.

BANDO ALLE CIANCE. Guterres si aspetta da ogni Paese una presentazione con una serie di esempi pratici e replicabili di come ciascuno intenda affrontare il taglio delle emissioni e aumentare la resilienza agli effetti climatici che già oggi vediamo. Il vertice cade all'indomani della devastazione dell'uragano Dorian, degli incendi in Amazzonia e nelle regioni artiche e di un'estate di temperature folli in tutto l'emisfero settentrionale.

UN PERCORSO CHIARO. L'idea è di rimediare a una delle più evidenti mancanze degli Accordi di Parigi, il fatto che sia stato lasciato ai singoli Stati il compito di certificare i propri progressi e il rispetto dei propri impegni, per di più senza un'orizzonte temporale preciso: questa impostazione rispettosa e democratica... non sta funzionando! Le emissioni globali sono aumentate dal 2015, e se continueremo così arriveremo a un aumento della temperatura di 3-5 gradi (o più): la ricetta per la catastrofe.

Il summit del 23 settembre servirà a intraprendere "piani concreti e realistici per potenziare i contributi nazionali al 2020 (i Nationally determined contributions - NDC - gli impegni di ogni paese per tagliare i gas serra) nell'ottica di ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e di arrivare a emissioni nette zero (emissioni uguali ad assorbimenti) nel 2050.

Tanto servirebbe, secondo l'ultimo Rapporto Speciale dell'IPCC, per contenere il riscaldamento globale a +1,5 ºC : non riuscirci significherebbe condannare all'esodo e alla fame milioni di persone, soprattutto tra le popolazioni più povere e vulnerabili. Riuscirci implicherà invece  trasformazioni radicali del settore energetico, dei trasporti e dell'agricoltura, rivoluzioni per le quali ci restano si e no una dozzina di anni.

 

FONTE: Focus.it

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