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«Siamo ancora capaci di umanità?». È la domanda che Roberto Mancini, professore di Filosofia teoretica e Filosofia dello sviluppo sostenibile presso l’Università di Macerata, ha posto al Seminario di Senigallia, e che oggi interpella la scuola più di ogni altro luogo.

In una società segnata da stereotipi di genere, disuguaglianze e rapporti di potere squilibrati, oltre che da una crescente frammentazione, educare alla cura significa preservare la dimensione umana delle relazioni e assumere la responsabilità di sé, degli altri e della comunità. La scuola svolge, in questo senso, un ruolo centrale. Si presenta come spazio aperto di incontro, ascolto e partecipazione, in cui le libertà individuali imparano a misurarsi con quelle altrui. Una scuola capace di accompagnare la crescita dei giovani attraverso relazioni educative fondate sull’empatia, sulla reciprocità e sul riconoscimento delle differenze diventa così un vero laboratorio di cittadinanza.

Da questa convinzione, FELCOS ha partecipato al XX Seminario di Educazione alla Cittadinanza Globale “Educare alla cura. A scuola di relazioni, parità di genere e affettività”, promosso dalla Comunità Volontari per il Mondo (CVM) e che si è svolto a Senigallia. Due giornate di incontri, confronti e laboratori esperienziali hanno invitato a ripensare il ruolo della scuola nella costruzione di relazioni rispettose, consapevoli e non violente, mettendo a disposizione di docenti ed educatori strumenti critici e pratiche didattiche da portare in classe e nella quotidianità educativa.

Dal confronto è emersa la necessità di superare una visione frammentata della realtà e di interpretare l’educazione alla luce di un nuovo paradigma fondato sull’interconnessione, sull’interdipendenza e sulla responsabilità condivisa. La scuola, infatti, da sola non basta: per accompagnare un cambiamento ha bisogno di costruire alleanze con famiglie, istituzioni, associazioni e altri attori del territorio.

“Perché ogni persona porta con sé un pezzo di mondo e può contribuire, insieme agli altri, a trasformarlo”.

Barbara Poggio, professoressa ordinaria di Sociologia del lavoro e dell’organizzazione e Prorettrice alle politiche di equità e diversità dell’Università di Trento, ha aperto la giornata mostrando come gli stereotipi di genere contribuiscono a mantenere disuguaglianze profondamente radicate nell’accesso ai saperi, nella divisione dei ruoli e nella distribuzione del potere. Queste asimmetrie cambiano forma, ma continuano ad essere presenti nella segregazione professionale, nel divario salariale, nel soffitto di cristallo (una barriera invisibile che ostacola l’accesso delle donne ai ruoli di vertice, a prescindere dai loro meriti), nella distribuzione diseguale del lavoro di cura e del carico mentale, nella scarsa rappresentanza delle donne nei luoghi decisionali e nella persistenza di uno standard maschile nella ricerca, nella tecnologia e nella progettazione. A tutto ciò si aggiungono le diverse forme di violenza di genere: fisica, psicologica, economica e digitale.

Anche la scuola partecipa a questa costruzione attraverso il linguaggio, i contenuti, il feedback, l’orientamento e le modalità con cui si relaziona con studentesse e studenti. Quando non interviene, rischia di riprodurre immagini, discorsi e narrazioni stereotipate. Educare alla parità significa rendere visibili questi meccanismi, coltivare il pensiero critico e creare le condizioni affinché ogni studente e studentessa possa immaginarsi e pensarsi in modi differenti. Il lavoro deve quindi attraversare il curriculum e proseguire attraverso laboratori, attività sui media e sull’ambiente digitale, educazione alle relazioni, prevenzione della violenza e uno sguardo intersezionale capace di mettere in relazione genere, classe sociale, origine e disabilità.

Lucia Tancredi, scrittrice e biografa, ha proposto la letteratura come forma di resistenza. Raccontare il mondo contribuisce a costruirlo perché la narrazione stabilisce un ordine simbolico che orienta, indica il cammino e rende possibile il cambiamento, e chi ascolta vi partecipa come soggetto attivo. Per sostenerla servono memoria, ritualità, attenzione e luoghi come le biblioteche pubbliche, la cui progressiva scomparsa nelle democrazie occidentali rappresenta un rischio. Tancredi ha invitato inoltre a decostruire lo sguardo eurocentrico perché una visione universalizzata attraverso la parola ignora altre realtà e rende invisibili altre storie. Da qui il suo invito a educare alla libertà per costruire parità, impedendo che le differenze si trasformino in destini.

Alessandra Algostino ha portato la riflessione sul terreno del diritto, ponendo una domanda fondamentale: i diritti universali sono davvero universali? Anche il diritto di matrice occidentale può contenere meccanismi di esclusione ed essere strumentalizzato in contesti segnati dalla militarizzazione, dalla legge del più forte e da una «guerra senza diritto». Algostino ha proposto di restituire al diritto la sua funzione di limite al potere e di intendere l’emancipazione come un processo sociale e collettivo, fondato sui principi costituzionali di pace e solidarietà e aperto al dialogo con visioni più orizzontali, come il muntu e l’ubuntu, che collocano la relazione con gli altri al centro dell’esistenza.

Maria Giovanna Fracassi ha tradotto queste riflessioni sul piano delle politiche educative, presentando il progetto di legge della Provincia autonoma di Trento sull’educazione relazionale alla parità e al rispetto delle differenze di genere. Ha sostenuto che il cambiamento culturale debba essere «per tutte e tutti, o per nessuno» e che, di fronte alla normalizzazione della violenza, la scuola debba occupare un posto centrale nell’agenda politica. Il progetto si fonda su quattro pilastri: la formazione delle persone adulte — docenti, famiglie e personale che opera a contatto con bambine, bambini e giovani —; un comitato scientifico che elabori le linee guida insieme a chi vive quotidianamente la scuola; l’integrazione trasversale e intersezionale di questi temi in tutti i livelli di istruzione; e l’individuazione di referenti scolastici il cui lavoro sia riconosciuto anche economicamente.

La seconda giornata ha portato l’educazione alla cura sul terreno delle relazioni e delle parole, attraverso interventi che hanno affrontato il significato umano della scuola, il linguaggio, l’affettività e le esperienze concrete di cittadinanza globale.

Roberto Mancini ha proposto di recuperare la dimensione umana dell’educazione di fronte a una società condizionata dal capitale, dalla tecnocrazia e dalla guerra, che trasforma le persone in risorse, accelera la vita fino a sottrarre tempo all’esperienza e legittima la violenza attraverso le narrazioni della difesa e della sicurezza. In risposta a questo scenario, ha delineato una «scuola dell’anima»: aperta, plurale e laica, capace di coltivare la soggettività e la sensibilità. Ha inoltre invitato a sostituire l’idea di potere con quella di capacità e a intendere la cura come una pratica di libertà, ponendo l’educazione alla pace, alla nonviolenza e alla legalità al centro dell’agenda politica.

Vera Gheno, sociolinguista e ricercatrice presso l’Università di Firenze, ha portato la riflessione sul terreno del linguaggio. Ha ricordato che le parole contribuiscono alla costruzione dell’identità e che il modo in cui nominiamo la realtà influenza il modo in cui la riconosciamo e la trattiamo. A partire da una prospettiva intersezionale e riprendendo il concetto di ingiustizia epistemica elaborato da Miranda Fricker, ha presentato la parola come uno strumento di democrazia. Ha invitato a relativizzare il proprio punto di vista, a riconoscere gli automatismi che condizionano i nostri usi linguistici e ad ascoltare le comunità marginalizzate, riconoscendone il ruolo nei processi di trasformazione e risignificazione del linguaggio.

Simonetta Marino, filosofa e professoressa di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha invece invitato a compiere un passaggio dalla parità di genere al riconoscimento delle differenze. Ha messo in discussione le costruzioni sociali che hanno storicamente definito che cosa significhi essere donna e ha presentato il femminismo come libertà del desiderio, di fronte a una concezione della sessualità ancora normativa. Attraverso il gioco «Io ci sono quando», ha mostrato il valore dell’incontro, dell’ascolto e delle parole condivise per educare ai sentimenti e costruire collettivamente un orizzonte di speranza.

Il Seminario ha visto anche la partecipazione di una delegazione spagnola, che ha presentato Escuelas Transformadoras, una rete di scuole rurali che collega la dimensione locale e quella globale dell’Educazione alla Cittadinanza Globale. La proposta integra il Service Learning — metodologia utilizzata anche da FELCOS —, lo scambio di buone pratiche, la formazione dei docenti e il coinvolgimento delle famiglie. Tra le esperienze condivise, gli orti scolastici in rete, i materiali realizzati dagli studenti per le comunità e le biblioteche trasformate in spazi inclusivi di accoglienza e lettura. La delegazione ha inoltre evidenziato le opportunità e le responsabilità che l’autonomia educativa attribuisce alle scuole e al personale docente.

Il Seminario ha proposto anche laboratori specialistici dedicati agli stereotipi di genere nel cinema, all’impiego dell’intelligenza artificiale nella didattica, al vocabolario emotivo, all’educazione alle differenze e alla prevenzione della violenza di genere. La partecipazione di FELCOS ha permesso di acquisire pratiche e strumenti concreti da utilizzare con docenti, studentesse e studenti e da adattare ai diversi contesti progettuali.

Partecipare a questo spazio di confronto ci ha portato a riflettere su come le relazioni di potere si costruiscano e si trasformino nella vita quotidiana della scuola e della società. Nominare le disuguaglianze, ascoltare e riconoscere l’esperienza dell’altra persona sono passi necessari per decostruire stereotipi e costruire relazioni fondate sul rispetto. Le riflessioni e gli strumenti raccolti rafforzano direttamente il lavoro dell’Area Educazione e Cultura per la Sostenibilità e, allo stesso tempo, attraversano in modo trasversale l’azione di FELCOS. Questa esperienza ci invita a integrare la prospettiva di genere in ogni attività, relazione e progetto, interrogandoci su chi prende la parola, chi partecipa alle decisioni e quali esperienze rischiano di rimanere invisibili.

Da qui nasce un impegno condiviso a continuare a lavorare insieme a scuole, famiglie, istituzioni e organizzazioni del territorio per promuovere un’educazione fondata sulla cura, sull’ascolto e sul riconoscimento delle differenze e sulla capacità di ripensarsi. Perché educare alla cura significa rendere possibile un cambiamento culturale costruito con tutte e tutti, affinché nessuna differenza diventi un destino e nessuna voce resti ai margini.

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